La requisizione delle campane nella Seconda Guerra Mondiale

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Ricorrono in questi i giorni 70 anni dal nefasto decreto del governo Mussolini del 23 aprile 1942, che comportò la requisizione forzata delle campane su tutto il territorio italiano per convertirle in armi da offesa.

Il testo originale del decreto di requisizione del 1942

Nel ricordare tale circostanza s’impone, a mio avviso, una riflessione alla luce dei profondi cambiamenti occorsi nel mondo delle campane nella nostra epoca, caratterizzata da una grande quantità di nuovi bronzi e dalla profonda modifica dell’apprezzamento del suono delle campane come strumento di comunicazione.

Campana della Basilica di Alzano Lombardo calata nel 1943. Archivio Danilo Donadoni.

La spoliazione bellica, evento già occorso nel primo confitto mondiale del 1915-18 e non limitato allo stato italiano, ha costituito un’autentica mutilazione del patrimonio ecclesiastico e popolare: sia il bene della Chiesa sia il bene del popolo e dei suoi sforzi economici sono crollati di fronte a un’impellenza che Monsignor Giovanni Fallani, Presidente della Pontificia Commissione di Arte Sacra, ebbe a definire come  ‘fuori dalla comune logica’ nellla Premessa al volume pubblicato dalla Tipografia Poliglotta Vaticana nel 1958 intitolato Ripristino delle campane requisite per esigenze belliche o distrutte o asportate per fatti di guerra. Il titolo del volume, assai articolato, indica che il ripristino delle campane sottratte fu lavoro congiunto di tre enti: l’Ufficio Ripristino Campane del Ministero dei Trasporti, la Pontificia Commissione Centrale per l’Arte Sacra e il Ministero del Tesoro.

Frontespizio del volume edito nel 1958 dalla Tipografia Vaticana.

Opera davvero notevole se si guarda alle cifre che il volume riassume nella parte finale, con le cifre delle campane tolte durante la guerra suddivise per Diocesi, che qui indichiamo in ordine decrescente con i numeri più elevati:

Bergamo 1224 campane

Piacenza 697 campane

Milano 693 campane

Bologna 523 campane

Brescia 513 campane

Va inoltre specificato che il risarcimento si estese anche alle campane perdute per danni di guerra come bombardamenti, distruzioni di edifici e altri eventi luttuosi per un patrimonio davvero ragguardevole.

Il salto numerico tra Bergamo e la seconda città maggiormente colpita, Piacenza, fa riflettere sul tesoro immenso di cui disponeva e ancora dispone la Diocesi orobica, cui va unita la lotta in taluni casi estrema, sostenuta dai singoli centri, per difendere le proprie campane. Ricordiamo come a San Giovanni Bianco le campane della Parrocchiale  fuse da Monzini nel 1867 fossero state nascoste sotto terra per non essere requisite. Lo stesso accadde a Palazzolo sull’Oglio, nella confinante Diocesi di Brescia, dove le campane vennero calate e nascoste nei fienili. In altri luoghi l’asportazione delle campane avvenne ma con forte avversità della popolazione:a Roncobello, in Alta Valle Brembana, gli operai in tuta mimetica militare incaricati di togliere le campane ricevettero da terra diversi colpi minacciosi di mitraglia mentre si trovavano nella cella campanaria (gli stessi attrezzi degli operai erano stati rubati nottetempo per impedire di compiere l’opera di rimozione). In altri casi le campane antiche vennero difese dalla popolazione e restarono in paese: è il caso di Gandino, Ardesio, Villongo San Filastro. Molti altri esempi potrebbero essere aggiunti a testimonianza del fatto che il destino dei bronzi ebbe esito contrastato a seconda della reazione della popolazione locale e dell’influenza esercitata dal parroco sui comandanti militari, cui spesso si univa un complesso lavoro diplomatico per la salvezza di autentiche opere d’arte.

Nella furia della guerra i parroci si sono spesso sforzati di non lasciar togliere le campane di fusione più recente, quelle per cui la popolazione aveva appena investito molto denaro. In tale frangente i sacerdoti cercarono di barattare le campane maggiori delle chiese parrocchiali, che erano destinate alla rimozione, con le campane delle chiese sussidiarie, a parità di numero di quintali di bronzo richiesti dal governo. Alcuni parroci avevano anche cercato di registrare il suono delle campane antiche dovevano essere ‘donate alla Patria’: è il caso di Romano di Lombardia, dove il suono delle campane del 1811 era stato salvato a perenne memoria. Se da un lato tale decisione denotava il rispetto per lo sforzo economico profuso dalla gente – pensiamo a campane installate negli anni 1920-30 e rimosse dopo quindici anni di vita – dall’altro comportava la perdita di bronzi spesso risalenti al XVIII secolo preziosi non solo per sonorità ma per fattura e lavorazione. Singolare a tale proposito è il caso della campana mezzana della Torre Civica di Bergamo, fusa da Bartolomeo Pesenti nel 1653 e rimossa nel 1944, quando ormai il governo Mussolini cercava di razziare tutti i fondi possibili per fabbricare armi. Ebbene, nel caso di questa campana, prima della sua rimozione vennero presi tutti i calchi posti da Pesenti – che riprendono in maniera assai fedele quelli della campana maggiore – per essere riproposti da Ottolina nel 1948 al momento della sua rifusione.

La campana mezzana di Ottolina ripropone decorazioni del XVII secolo. Foto di Luca Tosi.

Non vi è il minimo dubbio che la fusione di nuove campane a fine di ripristino e integrazione costituì un business formidabile per le fonderie del settore, che tra il 1946 e il 1955 circa lavorarono in modo incessante per ridare al tessuto locale uno dei patrimoni di maggior affetto. Si assiste così a un fenomeno di ricostruzione della comunità attorno al mondo campanario, fenomeno che sotto il profilo tecnico appare estremamente articolato: da un lato abbiamo l’integrazione di campane nuove su concerti privati di una parte dei propri bronzi; dall’altro abbiamo la fusione integrale di nuovi concerti in cui viene utilizzata parte del bronzo delle campane scampate alla guerra (è il caso di Leffe che riciclò le 5 campane minori di Barigozzi di metà Ottocento per fondere un complesso di 10 campane). Gli esiti furono in entrambi i casi diversificati, con buone e cattive integrazioni da una parte e buone o cattive rifusioni dall’altra. Molto dipese dal costo della commissione, indipendentemente dal nome della ditta fonditrice: pagare maggiormente significava spesso avere campane timbricamente migliori. Nel secondo Dopoguerra, la grande necessità per la popolazione era tornare alla vita normale dopo la distruzione bellica e tornare con un suono di campane in cui riconoscersi. Da qui una fusione massiccia di bronzi che doveva in qualche modo soddisfare tutte le esigenze di pubblico. A questo si aggiunse il desiderio di aumentare il numero di campane sul proprio campanile, passando da 5 a 8, da 8 a 10 e, nel caso di Palazzolo sull’Oglio, da 5 a 12.

L'8 dicembre 1950 arrivano a Leffe le campane nuove. Archivio di Gianni Pezzoli.

 

Il tripudio per l’arrivo delle nuove campane in paese ci insegna, a distanza di decenni, il ruolo sociale delle campane, la loro funzione di richiamo che è andata a spegnersi nella civiltà tecnologica, nonché il legame affettivo costruito dalla popolazione con le offerte e le dediche poste sui singoli bronzi. Nelle campane si riconosce la storia di un popolo, la sua cultura, i suoi valori sociali e religiosi. Sta a noi, oggi, rileggere questa storia attraverso il discorrere delle campane, che ci raccontano episodi di fede e dedizione, di grande sacrificio per il bene della Chiesa, di conservazione di memorie per le generazioni future. Il decreto del 23 aprile 1942 era il segno di un delirio che aveva convertito la voce di Dio nel mezzo per uccidere. A tutti coloro che sono caduti nelle guerre in difesa dei beni locali e delle proprie campane va il nostro pensiero a 70 anni di stanza da quella folle idea di ripetere gli errori del passato.

(In testa all’articolo: immagine delle campane maggiori di Nembro calate durante la Seconda Guerra Mondiale. Archivio di Giorgio Mariano Persico.)

 

 

Pubblicato: 29 aprile 2012Tags: , , , , , , ,