Rintocchi di cielo: una riflessione e un omaggio ai nostri campanari defunti

Sfogliando la notevole mole di fotografie che abbiamo raccolto in questi anni per il nostro archivio storico, il pensiero volge in questi giorni a chi ci ha preceduto nel solco della tradizione, nella trasmissione di conoscenze orali che rinverdiscono memorie di un passato tanto sconosciuto quanto solido. Si tratta del passato dei nostri avi campanari, che dal 1700 ad oggi hanno mantenuto e sviluppato un notevole patrimonio di conoscenze, oggi diffuso e condiviso grazie alla tecnologia. Ma se usiamo l’immaginazione per provare a pensare cosa significasse salire sul campanile nel 1820, capiamo quanto sacrificio ci fosse dietro il piacere del suono: percorrere molte volte all’anno scale in legno da sistemare costantemente per le infiltrazioni del freddo e della pioggia, orologi da caricare quotidianamente, corde da tirare per muovere campane che ruotavano su bronzine durissime, da mantenere costantemente; e a questo si aggiungeva il pesantissimo strumento dei contrappesi in pietra supportati da ceppi in legno, per cui spesso erano necessarie due persone – se non tre – per sollevare una campana di 27 quintali. E inoltre la necessità di una manutenzione costante delle incastellature, il cui legno si dilatava e restringeva a seconda degli sbalzi di calore durante l’anno: chiodi, trasversine, inserti di ogni genere per sostenere la struttura del telaio. A completare il tutto, l’impellenza della cura dei batacchi affinché non cedessero i mascarès (mascherecci) di sicurezza e le bocce colpissero la campana nella parte inferiore crepandola. Le testimonianze scritte di pieno Ottocento riportano quanta cura fosse riposta nel mantenimento del giuoco a festa e di tutti i tiranti e cordine, nonché delle corde, che nelle ruote in legno erano fissate direttamente in cella campanaria: la canapa s’induriva, marciva per azione dell’acqua piovana e dell’umidità e si rompeva, con conseguente necessità di costanti riparazioni.

Passione, impegno, dedizione, sacrificio sono i segnali che vengono trasmessi al nostro mondo, dove grazie al computer si possono azionare le campane dalla camera da letto via telecomando. Domanda: è tradizione questa? No, perché la tradizione presuppone l’esistenza di un gesto che è prodotto di una conoscenza, una conoscenza che viene dall’esperienza dell’esercizio, dato che caratterizza la quotidianità dell’esistenza umana. Ed è tale conoscenza che è giunta sino a noi e che tocca a noi riscoprire e conservare. Conservare per studiare, studiare per capire e per divulgare quanto compreso. Chi osserva un manufatto antico e si pone all’ascolto della sua voce, comprende da quale mondo provenga e s’interroga sul perché della sua natura: da qui deriva il cammino a ritroso che ci aiuta a capire la storia delle campane.

Le ricerche condotte in questi anni da chi si occupa di campane hanno consentito di portare alla luce un patrimonio fragoroso ma allo stesso tempo silenzioso, propagato dalle mura dei campanili, dal silenzio della memoria di soggetti umili, spesso schivi ma animati da una grande carica comunicativa. Partendo dai più antichi, sento il desiderio di ricordare alcuni dei più importanti campanari che hanno consegnato a noi la loro memoria: Quirino Picinali ‘Manòt’ di Gandino (1880-1962),  Pietro “murì” Ferrari di Zogno (1881-1959) e il figlio Achille (1920-1975), Bortolo Pellegrini (1883-1963) – detto “ol dórde”, il figlio Gino (1910-1970) e il cugino di Bortolo, Bianco (1893-1962), – tutti di Poscante -, “bono” (1889-1953) e Carlo “baciùr” Sonzogni (1898-1977) di Endenna; Giacomo Ruggeri ‘Fagòt’ (1905-1990), Giuseppe Perani (1933-1988) e Giuseppe Bonandrini di Casnigo (1935-2007),  i leffesi Bernardo Pezzoli di Leffe 1926-2012), Arturo Zenoni ‘Vapore’ (1913-1972) e Luigi Gelmi ‘Caramèla’ (1919-2007) e Giuseppe Zenoni ‘Pifógn’ (1911-1990), Giulio Donadoni di Zogno (1930-2011), Giuseppe Rizzini  di Piazza Brembana (1922-2012), Francesco Gervasoni di Roncobello (1922-2007), Angelo Grataroli di San Giovanni Bianco, Giuseppe Carminati di Villa d’Almè, Costante Rizzi di Villa di Serio, i fratelli Giovanelli di Scanzo, Agostino Casari di Martinengo (1901-1978), Giuseppe Pegurri di Desenzano al Serio (1915-1980), Abele Carrara (1885-1964) e Giovanni Botti (1924-2002) di Nembro. Questi sono solo alcuni nomi dei moltissimi campanari che ci hanno lasciato ma che hanno lasciato un solco profondo nella storia della musica delle nostre valli.

L’insegnamento che traiamo oggi dalla loro testimonianza è che il loro suono, il modo d’interpretare il contesto storico-sociale e il desiderio di comunicare il senso della festa resta immutato, sebbene inserito in un mondo ben più stretto rispetto a quello del 1960-70. A loro vogliamo dedicare questa giornata e il nostro pensiero, fissando lo sguardo sull’immagine di copertina, che ritrae in controluce il campanaro di Gandino Manòt insieme a un’artista di strada: un’immagine del 27 settembre 1932 di Paul Scheuermeier in cui s’immortala lo stesso gesto che si ripropone oggi a distanza di ottant’anni. Fare musica in mezzo alla gente, per la gente, sottolineando con lo stesso entusiasmo il desiderio delle festa.

Grazie a tutti i campanari che ci hanno preceduto per averci consegnato un irrinunciabile frammento della storia storia religiosa e popolare. Grazie per lo stesso suono in cui i nostri antichi continuano a vivere e suonare attraverso le nostre menti, le nostre mani, i nostri cuori. E Grazie anche a tutti coloro che hanno messo un entusiasmo semplice, sincero e innocente nel togliersi spesso il pane di bocca per avere campane nuove, immagini sonore in cui riconoscersi nel Dopoguerra italiano. Sono, questi, insegnamenti di valore rispetto a una realtà quale quella attuale, appiattita, omologata e omologante, che ha smarrito le radici del proprio vivere. Sotto questo aspetto, suonare le campane e conservare inalterato il movimento secolare resta il segno più tangibile della nostra riconoscenza nella storia della musica orale.

Pubblicato: 1 novembre 2012Tags: , ,