Retrospettiva su Arturo Francesco Zenoni, campanaro ‘Vapore’

Scrivere sulla figura storica e musicale del campanaro Vapore significa aprire uno spaccato interessante di metà Novecento tra mondo rurale e mondo industriale, da una parte ancora teso verso gli orizzonti culturali di matrice ottocentesca, dall’altro attratto inesorabilmente dall’industrializzazione incipiente e di tutte le conseguenti perdite di nozione di tradizione che ciò ha comportato ovunque nel mondo occidentale.

Ancor più interessante risulta scrivere su una figura che personalmente non ho potuto conoscere in modo diretto, bensì attraverso testimonianze viventi, non avendo, dello stesso personaggio, neppure spartiti, ma registrazioni tramandate. Rispetto alla classica prospettiva musicologica ci troviamo di fronte a una situazione speculare: il critico accademico ha a disposizione di un musicista un repertorio scritto più o meno accertato o credibile, carteggi e documentazioni che supportino il suo agito, dati e notizie che ne tracciano il contorno. Nel caso della musica tradizionale e emergono invece delle marche di grande rilevanza che fanno emergere prima di tutto il tratto personale del musicista.

Arturo Zenoni nasce da famiglia contadina il 27 novembre 1913 a Leffe. Presto si dedica al lavoro in campo tessile (attività in autentica esplosione nel XX secolo in Valle Seriana) e al suono delle campane. Alle campane si affiancano presto altri strumenti, che testimoniano il suo interesse a 360 gradi per l’intero mondo della tradizione: chitarra, mandolino, ocarina, fisarmonica, campanine, per poi passare alla musica bandistica e al suono dell’organo. Tutti questi strumenti vengono coltivati con la passione del musicista ‘ad orecchio’ ma con grande padronanza, come provano le registrazioni a noi rimaste e le sue composizioni. Presto Vapore comprende come le campane siano la grande passione e la via per tenere vivo il tessuto sociale del paese, per richiamare la gente alla festa in un momento in cui precisamente la festa in quanto tale tendeva a scricchiolare sotto il peso del lavoro in proprio, che occupava molto più tempo durante l’intero arco dell’anno rispetto ai lavori dei campi o al lavoro dipendente.

Dopo la spoliazione delle campane avvenuta durante la Seconda Guerra Mondiale – cui Vapore non fu chiamato per un’otite – iniziò l’epoca del ripristino dei concerti campanari, con numeri maggiori rispetto all’originale anteguerra. Leffe non si sottrasse a tale tendenza ma dovette faticare non poco per avere il concerto di dieci campane in La grave che attualmente può vantare. Questo non per questioni di carattere economico ma per la contrarietà del parroco locale, proveniente da Pradalunga, che desiderava un concerto di otto campane in Re bemolle maggiore, gemello di quello del suo paese originario. L’idea suscitò le reazioni contrariate di Vapore, che ebbe a sottolineare come tutti i paesi stessero accrescendo il numero di campane e di tonalità (passando cioè a campane sempre più gravi di peso suono) mentre Leffe procedeva nel senso contrario, venendo da un precedente concerto in Si bemolle maggiore grave. Fu nel 1947 che la commissione parrocchiale incaricata si recò a Milano alla Fonderia Barigozzi di Via Thaon di Revel per assistere alla fusione dei nuovi bronzi. Quanti bronzi dovevano essere fusi però? La decisione era ancora da prendersi. Sino all’ultimo, difatti, il parroco sosteneva l’idea delle otto campane, mentre il resto della commissione, Vapore in testa, tifava per le dieci. Per risolvere la controversia si ricorse alla votazione segreta: tutti (tranne uno solo: il parroco) votarono per le dieci campane.

Il concerto venne fuso nel 1950 e installato sul campanile nel mese di dicembre dello stesso anno, con inaugurazione ufficiale alla Vigilia di Natale. Vapore comandava il suono a distesa, dopodiché si salì in cella campanaria per l’allegrezza. Vapore dichiarò apertamente la volontà di essere il primo a suonare, il che fu immediatamente soddisfatto in quanto le dieci campane erano dovute proprio alla sua strenua volontà. Da tale giorno ebbe inizio lo sviluppo di una notevole tradizione di suono per dieci campane, che possiamo così riassumere: a. suonate originali per otto campane portate a dieci provenienti dal repertorio della famiglia Pezzoli; b. composizioni originali di Arturo Zenoni (Vapore), Tarcisio Beltrami e Giuseppe Zenoni (soprannominato Pì ‘e fógn); c. canzoni di primo Novecento rielaborate per campane. I brani eseguiti sulla tastiera del campanile venivano esercitati sulle campanine, che Vapore aveva costruito in ottone poiché non amava il suono del vetro, a suo avviso troppo freddo e impersonale. Il suono di Vapore, secondo la narrazione dei figli, era lento ed espressivo, costruito in modo tale che l’ottone potesse quanto più imitare il vibrare delle campane. Non per nulla i martelletti per la percussione delle piastre d’ottone erano stati ricoperti in cuoio al fine di ridurre il più possibile il rumore dato dall’impatto del legno sulla superficie del risuonatore, estraendo così un suono puro. Allo stesso modo, il suono era lento sia sul campanile che sulle campanine. La tastiera per l’allegrezza di allora non era dotata di un sistema di giochi che rendesse agile il movimento delle braccia. Per tale motivo il suono era ben pesato, misurato, ed era necessario che più campanari si avvicendassero alla tastiera per il suono a festa in quanto ci si stancava piuttosto rapidamente. In tal modo le campanine dovevano riprodurre la stessa velocità dello strumento finale per poter fungere da reale strumento preparatorio.

L’eredità musicale che Vapore ha lasciato a noi è costituita da diverse marce, valzer e mazurche, alcune delle quali rivelano tratti comuni con musiche di Gandino ma manifestano una musicalità insuperata. Emerge su tutte la famosa Marcia o Marciù, pare composta per celebrare le nuove dieci campane di Leffe. Tutti questi brani nascevano da Vapore in quella che la figlia Maria Rosa chiama ‘Il Salone della Musica’, una sorta di laboratorio di idee musicali in cui si riunivano amici e parenti di Vapore per lunghe sedute musicali, dove si inventava, elaborava e godeva di musica. Buona parte dei figli di Vapore suonava e suona ancora, passione ricevuta dalla nonna paterna. Proprio i figli sono stati per noi una chiave fondamentale per giungere a capire le matrici musicali del padre, ricostruire alcune delle sue suonate, capire lo stile di suono, che in questi quarant’anni dalla morte è mutato profondamente attraverso la rivisitazione di chi ha appreso da lui.

Fondamentale per capire il suo stile di suono sono state le registrazioni da lui stesso realizzato qualche anno primo di morire prematuramente il 3 novembre 1972, all’età di soli 58 anni. Parlare di un campanaro dotato di registratore sembra pura fantascienza ancora al giorno d’oggi. Ancor più sorprendente poteva essere la cosa in pieni anni ’50 del Novecento, quando la tecnologia sonora e visiva muoveva in Italia i primi passi. Vapore aveva deciso di comprare un registratore Geloso, sostituito poi da un più moderno Philips a bobine, per riascoltare ciò che componeva, riflettere sulla musica e migliorare. Ciò che è rimasto a noi non è pertanto frutto di una incisione voluta e progettata: era semplicemente un grado intermedio di un processo in evoluzione, ben lontano dall’idea di creare un archivio sonoro come siamo soliti fare nel mondo della ricerca.

La presenza e l’uso del registratore (da lui impiegato anche per fare interviste estemporanee in osteria) lascia intendere bene come Vapore fosse e sia oggi ai nostri occhi una figura a cavallo tra passato e presente, tra tradizione e mondo tecnologico. Questo lo rende ai nostri occhi personaggio ancor più affascinante, portatore di un mondo antico ma inevitabilmente legato alla propria epoca.

In merito al suo rapporto con la tecnologia campanaria, va sottolineato come la sua opera cadde proprio nell’epoca dei primi passi dell’automazione dei concerti. Alla fine degli anni ’50, Vapore si era recato alla Fiera Campionaria di Milano ed era rimasto incantato di fronte al prototipo di automazione delle campane presentato dalla ditta Lorenzi, antesignana dell’elettrificazione dei concerti.  Sebbene cosciente dei grandi vantaggi che poteva offrire l’automazione, Vapore aveva ben compreso come fosse necessario trovare un equilibrio tra modernità e tradizione. Quando nel 1967 si procedette all’automazione del concerto di 10 campane di Leffe, la ditta incaricata aveva già deciso di togliere tutti i sistemi manuali per lasciare il solo suono automatico. Alla pari del carattere fermo e deciso che  aveva manifestato all’epoca della fusione del nuovo concerto del 1950, Arturo Zenoni si oppose in tutti i modi all’eliminazione del manuale e richiese la ‘doppia ruota’ per il suono elettrico e per quello a corda. Per fare ciò si dovette spaccare il muro della cella campanaria per ospitare una seconda ruota, oltre a tutti gli accorgimenti per mantenere intatto il suono manuale della tastiera. Grazie alla sua opera si era introdotta l’idea che l’elettrico potesse coesistere col manuale, conquista che solo oggi, a quarantacinque anni di distanza, riusciamo a cogliere appieno.

Appuntamento dunque alla giornata dell’1 aprile, che sarà occasione per approfondire tutti questi aspetti citati e conoscere a fondo uno dei personaggi più emblematici della storia delle campane della bergamasca.

Pubblicato: 28 febbraio 2012Tags: , , , , ,