Campane in conservatorio. Un’intervista per i fondamenti di antropologia musicale ed etnomusicologia
La tradizione campanaria bergamasca diventa oggetto di studio all’interno delle ricerche di antropologia musicale svolte dagli studenti del Biennio in teorie e tecniche della musicoterapia. Il chitarrista Alessandro Gambini, appassionato allievo della facoltà, intervista il presidente della federazione Luca Fiocchi, sulla trimusicalità della ricerca della tradizione e sul recupero del materiale orale da condividere con le comunità. Dalla comunità di pratica alla comunità degli appassionati, che apprende e perpetua una manualità antica. Alessandro Gambini ha incontrato Luca Fiocchi, interrogandolo sui punti chiave di un progetto di riscoperta che compie oltre 25 anni di attività.

LA TRI-MUSICALITÀ NELLA RICERCA DELLA TRADIZIONE
CAMPANARIA BERGAMASCA
Intervista a Luca Fiocchi, Presidente della Federazione Campanari Bergamaschi
Com’è nata la sua passione per la musica popolare ed in particolare quale percorso l’ha portata a dedicarsi in modo specifico allo studio e alla tutela della tradizione campanaria?
La passione per le campane è nata quando mi sono avvicinato alla musica tradizionale popolare. Inizialmente mi sono interessato al canto popolare e ai balli legati agli strumenti tradizionali; successivamente mi sono avvicinato al mondo delle campane. Ricordo in particolare una visita al Festival di musica tradizionale Isola Folk, che si teneva a Suisio e Bottanuco, due paesi della Bassa Bergamasca situati vicino al fiume Adda.
In quell’occasione incontrai un artigiano che costruiva e vendeva le campanine, strumenti molto simili agli xilofoni popolari: una cassa di legno contenente dieci risuonatori in vetro. Il loro suono mi colpì profondamente. In seguito compresi che si trattava di uno strumento utilizzato per prepararsi al suono delle campane vere e proprie. Da quel momento scoprii una tradizione straordinaria, custodita da suonatori che, purtroppo, apparivano scoraggiati di fronte al crescente fenomeno dell’automazione delle campane e alla progressiva rimozione dei sistemi manuali.
Era evidente il rischio che questa pratica andasse completamente perduta. Sentii quindi il desiderio di contribuire alla salvaguardia di un patrimonio che altrimenti si sarebbe perso per sempre.

Nei suoi progetti ha interpretato più il ruolo di ricercatore “Outsider” ovvero di osservatore esterno oppure di “Insider” che vive la cultura che sta studiando?
Per conoscere da vicino una tradizione è necessario comprenderne il linguaggio, che implica una vera e propria ritualità fatta di regole ben definite. Tuttavia, non si tratta soltanto di apprendere delle norme: occorre anche capire come le conoscenze vengono trasmesse e comunicate all’interno della comunità.
Io provenivo da un contesto tipicamente cittadino: sono nato nel centro di Milano e successivamente mi sono trasferito nella periferia milanese, dove molte tradizioni popolari erano ormai scomparse da decenni. Frequentando la Valle Brembana, in provincia di Bergamo, inizialmente mi trovavo nella posizione del turista che osserva la tradizione dall’esterno, quasi come fosse una vetrina. Con il tempo, però, ho deciso di immergermi completamente in quel mondo, imparandone le regole per evitare di esserne escluso.
Questo ha significato comprendere la mentalità locale, adattarsi ai ritmi della vita comunitaria e imparare il dialetto, che rappresenta uno strumento fondamentale di comunicazione. Ho dovuto abituarmi a un linguaggio più diretto, sintetico e concreto, nel quale non soltanto le parole, ma anche i silenzi e le pause assumono significati profondi.
In questo percorso ho riconosciuto una forte connessione con il mondo della musica tradizionale, fatto anch’esso di suoni, pause e silenzi carichi di significato. Per entrare realmente a far parte di una tradizione è indispensabile che qualcuno dall’interno della comunità aiuti il ricercatore a comprendere il codice culturale e lo indirizzi verso informatori disponibili a condividere conoscenze ed esperienze.
Questo è stato il mio caso. Tra il 1997 e il 1999 ho raccolto numerose informazioni sul campo, che mi hanno poi consentito di avviare una scuola di campane nel settembre del 2000. Questa esperienza ha prodotto quello che amo definire un vero e proprio “ricambio integrale del sangue”: un cambiamento di mentalità che mi ha portato ad assumere un approccio più diretto, schietto, concreto e produttivo.
Allo stesso tempo, ho sviluppato una forte vocazione divulgativa, con l’obiettivo di far conoscere un patrimonio che meritava di essere valorizzato, fungendo da trait d’union tra una realtà locale e una dimensione culturale più ampia e globale.

Condivide quanto afferma l’etnomusicologo Mantle Hood in merito al concetto di bi-musicalità secondo cui un ricercatore deve imparare ad eseguire la musica che studia per comprenderla a pieno?
Un ricercatore realmente produttivo non si limita a documentare o analizzare la musica che raccoglie, ma ne diventa anche interprete e riproduttore. Imparare a eseguire la musica che si studia consente infatti di raggiungere il livello più profondo della comprensione, poiché permette di diventare, almeno in parte, membri della comunità musicale osservata. In caso contrario, si può certamente essere ottimi documentatori o raccoglitori di informazioni, ma la condivisione diretta della pratica musicale garantisce risultati più completi e significativi.
Per diventare parte integrante della comunità è quindi necessario non soltanto conoscerne il linguaggio, i ritmi e le abitudini, ma anche acquisire le tecniche esecutive dello strumento. Questo processo richiede un’analisi dettagliata delle modalità di esecuzione e la costruzione di un vero e proprio modello tecnico e stilistico, utile sia alla comprensione sia alla successiva trasmissione del sapere.
Da questo punto di vista, la bi-musicalità rappresenta una fase fondamentale della ricerca. Tuttavia, ritengo che esista anche un passaggio ulteriore, che potremmo definire “tri-musicalità”: da una parte vi è la comunità che custodisce e trasmette la tradizione; dall’altra il musicista-ricercatore che la apprende, la condivide e la interpreta; infine il pubblico o fruitore del bene culturale, che grazie alla divulgazione può entrare in contatto con un patrimonio altrimenti destinato a scomparire. In questo modo la ricerca non si limita alla conservazione, ma diventa uno strumento di trasmissione e valorizzazione culturale.

Durante la ricerca sul campo (fieldwork) qual è il metodo che utilizza e quali sfide relazionali deve affrontare?
Per svolgere una ricerca sul campo efficace è necessario proporre una traccia di indagine, ma al tempo stesso seguire la narrazione di chi ci sta informando, soffermandosi sui dati di maggior interesse. È importante utilizzare un linguaggio semplice e accessibile, anche perché l’informatore può esprimersi sia in italiano sia in dialetto.
Affinché l’intervista produca risultati rilevanti, è indispensabile che si crei un rapporto di fiducia tra chi domanda e chi risponde. Per questo motivo il ricercatore deve documentarsi preventivamente sul contesto antropologico e culturale nel quale intende operare, evitando domande inappropriate o estranee alla sensibilità della comunità, che potrebbero generare chiusura o diffidenza.
Seguire il sentiero indicato dall’informatore è fondamentale per ottenere informazioni di valore. Anche quando sembra allontanarsi dall’argomento principale, spesso egli conduce il ricercatore verso aspetti inattesi ma preziosi. È come se ci accompagnasse in un prato diverso da quello che siamo abituati a percorrere, per mostrarci un fiore raro o un fungo prezioso.
La presenza di un insider consapevole della tradizione rappresenta un ulteriore vantaggio. Chi appartiene alla comunità conosce infatti le persone più autorevoli, i suonatori, i familiari depositari della memoria locale e gli appassionati che padroneggiano norme, pratiche e repertori. In questo senso, l’insider non è soltanto una fonte di informazioni, ma anche una guida capace di orientare il lavoro del ricercatore verso gli interlocutori più significativi.

Quali strategie ha adottato durante la raccolta e la documentazione delle fonti?
Nel corso delle interviste è fondamentale effettuare registrazioni audio o video, scegliendo di volta in volta la modalità più adatta alla situazione. Vi sono infatti informatori che non hanno alcuna difficoltà a essere ripresi, sia durante la conversazione sia mentre eseguono una performance musicale. In questi casi può emergere anche una componente espressiva o performativa che arricchisce la documentazione.
Esistono però situazioni nelle quali l’informatore preferisce non comparire in video. In tali circostanze è opportuno adottare strategie più discrete, utilizzando inizialmente la telecamera come semplice registratore audio e introducendo gradualmente la ripresa visiva solo quando si sia instaurato un adeguato rapporto di fiducia. Nella mia esperienza questo metodo si è spesso rivelato efficace, poiché l’intervistato tende a mostrarsi più disponibile quando comprende che il ricercatore conosce e rispetta il suo mondo culturale.
In altri casi è necessario limitarsi alla registrazione audio, come avviene nelle interviste telefoniche o nelle comunicazioni effettuate mediante altri strumenti tecnologici. Anche queste fonti possono fornire preziose informazioni biografiche e contestuali.
La trascrizione delle interviste richiede particolare attenzione, poiché il linguaggio parlato non può essere separato dagli elementi non verbali che lo accompagnano. La cultura popolare si esprime infatti attraverso parole, pause, silenzi, espressioni del volto e gestualità, elementi che spesso fanno parte integrante della comunicazione stessa. Per questo motivo è necessario elaborare criteri di trascrizione capaci di restituire, per quanto possibile, la ricchezza dell’interazione originaria.
Risulta inoltre estremamente utile conoscere la lingua o il dialetto dell’informatore, così da instaurare un canale comunicativo diretto. Quando ciò non è possibile, può essere opportuno avvalersi della collaborazione di familiari o mediatori linguistici che aiutino l’informatore a raggiungere il cuore della domanda e a ricordare gli aneddoti più significativi.
Le fonti possono assumere forme differenti: interviste, racconti biografici, registrazioni sonore, documentazioni audiovisive di esecuzioni musicali o materiali storici preesistenti. Le registrazioni musicali possono essere trascritte su pentagramma e analizzate secondo criteri musicologici. La qualità delle fonti varia notevolmente a seconda del supporto utilizzato: registrazioni digitali moderne, cassette magnetiche C60 o C90, bobine, dischi a 78 giri e altri supporti storici.
Tutto questo materiale può essere digitalizzato e restaurato per migliorarne la fruibilità. L’intervento di restauro non riguarda soltanto la qualità sonora, ma può interessare anche l’intonazione. In alcuni casi, infatti, il trasferimento da un supporto analogico a uno digitale può aver alterato la percezione delle altezze musicali. Se, ad esempio, una registrazione storica di campane originariamente in Do maggiore viene riprodotta come Si maggiore o Si bemolle maggiore, è possibile intervenire mediante software specializzati per ripristinare la corretta intonazione senza modificare la velocità di esecuzione.

Avete all’attivo anche ricerche in territorio bresciano?
L’associazione che guido, denominata Federazione Campanari Bergamaschi, ha svolto un’opera di indagine e salvaguardia in molti territori della provincia di Brescia, attraverso concerti di campane nei campanili, concerti di campanine e concerti su castello mobile.
Possiamo citare molteplici luoghi come Brescia città, Pavone Mella, Ciliverghe, Vestone, Barghe, Bagolino e molte altre località del lago, della pianura e della montagna, nelle quali abbiamo proposto la riscoperta della tradizione.
In città abbiamo poi avuto occasione di suonare manualmente le campane della Torre del Pegol, campane di fattura settecentesca e di enorme pregio. Ciò ha rappresentato un’importante occasione per richiamare l’attenzione su un bene che merita piena tutela.
La provincia di Brescia mantiene una stretta vicinanza culturale con quella di Bergamo per linguaggio, cultura e, in questo caso, per l’amore verso i bronzi intonati in scala diatonica, suonabili a corda o a tastiera, che costituiscono una sorta di rudimentale carillon completamente manuale.

VIDEO DI INFORMATORE STORICO
Suonata antica di Leffe eseguita da Tarcisio Beltrami (1922-2019). Si tratta di uno dei brani più antichi che ci ha trasmesso a Tarcisio Beltrami, il quale aveva preso il brano dal nonno di Bernardo Pezzoli. Il brano quindi risale alla seconda parte del XIX secolo. Manifesta evidenti analogie con un brano di Casnigo, segno che era una melodia che all’epoca girava in diverse zone della bergamasca. Leffe, 6 settembre 2012.
VIDEO DI SUONO A DISTESA
Video Concerto solenne per la Dedicazione della Prepositurale Plebana di Nembro. Suono a distesa e insegnamento ai più giovani sulle tecniche di controllo della fune. 16 maggio 2026. Filmato di Davide Bettoni.
VIDEO DI SUONO A TASTIERA
Video suono di allegrezza presso la Parrocchiale di Sant’Andrea in Villa d’Adda in occasione delle Prime Comunioni. Domenica 3 maggio 2026. Concerto di otto campane in La2 fuso da Paolo Capanni nel 1966. Doppio sistema per il suono di allegrezza.
RECUPERO E DIGITALIZZAZIONE DI DISCO STORICO
Video in memoria del tecnico fonico Antonio Todisco (1915-1981), che registrò e pubblicò – presumibilmente nel 1955 – questa preziosa memoria della musica popolare e religiosa di Gandino. Disco autoprodotto da Antonio Todisco. Video realizzato riprendendo il disco suonato con un giradischi degli anni ’60, marca Supravox modello Beta. Il disco è stato digitalizzato correggendo l’intonazione delle campane della Basilica per alcuni frammenti e per il suono di alcune chiese sussidiarie. La correzione dell’intonazione è stata effettuata anche per le musiche eseguite dalla Pastorèla. Le differenze di tonalità tra il suono reale e la registrazione riversata su disco si deve proprio a questioni tecniche che si producevano naturalmente nel passaggio dalle bobine al vinile. Nella nostra era digitale questo problema può essere ovviato per una resa più fedele alla fonte. Ad Antonio Todisco va dato l’enorme merito di avere catturato l’ambiente sonoro di uno dei centri di musica popolare e religiosa più importanti della Regione Lombardia. L’iniziativa s’inserisce nel processo etnomusicologico della ‘restituzione del patrimonio’. il materiale viene restaurato e nuovamente condiviso attraverso l’attuale mezzo digitale. Video prodotto dalla Federazione Campanari Bergamaschi. Un ringraziamento alle figlie di Antonio Todisco e al campanaro Giovanni Savoldelli per avere procurato il disco e notizie sull’incisore.
VIDEO DOCUMENTARIO SULLA TRADIZIONE CAMPANARIA
Memoria e testimonianza digitale per salvaguardia della tradizione campanaria nella terra di Bergamo. Video prodotto dalla Federazione Campanari Bergamaschi per AESS (Archivio di Etnografia e Storia Sociale) Regione Lombardia in occasione della partecipazione al bando regionale 2024 per la gestione di materiale d’archivio audio-video sulla tradizione delle campane, tutela e relativo rilancio. Federazione Campanari Bergamaschi 2025.
VIDEO CONCERTO DI CAMPANINE
Concerto di campanine tenutosi a Sedrina sabato 5 ottobre 2024 in occasione della solennità della Madonna del Rosario e del restauro del locale concerto di campane. Allievi e maestri della scuole della Federazione Campanari Bergamaschi.
VIDEO CASTELLO MOBILE DI CAMPANE A BRESCIA
Video concerto di campane a Brescia per la Solennità di San Faustino. Concerto su struttura mobile. Evento promosso da Federazione Campanari Bergamaschi e Fondazione Civiltà Bresciana. Percorso realizzato: Piazza Paolo VI di fronte al Duomo e la Torre del Pegol; a seguire presso lo Slargo di Via Battaglie; a concludere, accanto alla chiesa di San Faustino.
VIDEO SULLE CAMPANE DI BRESCIA
Video documentario sulla Torre Civica di Brescia – detta Torre del Pégol – e sul suono delle tre campane in occasione della Solennità dei Santi Faustino e Giovita. Suono delle campane a mezzogiorno al termine del Pontificale del Vescovo Monsignor Pierantonio Tremolada. Campane suonate manualmente da Massimo Ziliani e Matteo Padovani. Progetto di recupero del suono manuale nella città di Brescia a cura della Federazione Campanari Bergamaschi e della Fondazione Civiltà Bresciana. Voce di presentazione di Massimo Ziliani. Voce narrante Patrizia Piccinocchi. Filmati di Massimo Ziliani e Patrizia Piccinocchi. Montaggio di Luca Fiocchi. Si ringrazia il Comune di Brescia per la gentile e fattiva collaborazione. Un sincero ringraziamento alla dottoressa Clotilde Castelli della Fondazione Civiltà Bresciana per l’entusiasta adesione al progetto e ai tecini del Comune di Brescia per la sincera disponibilità. Brescia, 15 febbraio 2024.
